La leggenda di Gian Fin e Gian Fo

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Da piccolo la nonna mi portava spesso a passeggiare lungo il canale di Lies, io buttavo i sassi nell'acqua e lei mi raccontava delle vecchie favole. Quella che ricordo con più piacere è quella di Gian Fin e Gian Fo (Giovanni dritto e Giovanni tonto).

La nonna me l'ha raccontata in patois, ma visto che il patois è difficile da leggere e da scrivere ho dovuto tradurla in italiano. Non stupitevi se non è un italiano puro, se si parla di franchi e non di lire: è l'italiano che parlava mia nonna. C'era una volta una povera vedova rimasta sola al mondo con due figli: Gian Fin e Gian Fo. Una sera d'autunno la mamma disse a Gian Fo: "tieni questi 500 franchi, domani è giorno di fiera, scenderai a Châtillon per comprare una pecora, così in primavera avremo un agnellino o forse due da vendere. Mi raccomando, sceglila bella grassa, con la lana soffice e non dimenticare di contrattare con il padrone perché i mercanti di animali sono tutti un po' ladri. Come tutte le bestie farà fatica a lasciare il suo gregge ma tu metti un po' di sale nel palmo della mano e vedrai che ti seguirà docilmente". Il mattino seguente, Gian Fo si alzò di buon'ora, mise un po' di sale in tasca e si avviò verso Châtillon; era una bella giornata d'autunno, il cielo era limpido e non faceva ancora freddo, le foglie cominciavano appena a colorarsi, si fermò un attimo a mangiare le ultime more della stagione, buttò l'occhio sotto gli alberi ma era ancora troppo presto per le castagne poi si sedette su un sasso vicino al torrente poggiò la testa su un tronco caduto e si addormentò. Lo svegliò l'ombra degli alberi dietro i quali il sole era girato. Prese le gambe in spalla e corse fino al piazzale della fiera ma ormai era tardi; di tutte le pecora erano rimaste solo quelle più brutte e più magre. Scelse la meno peggio e chiese al mercante "quanto vuoi di questa pecora?" e lui rispose "quanto hai in tasca?" "500 franchi!" disse Gian Fo che era proprio il prezzo di una pecora bella e grassa, come ben sapeva sua mamma. Allora il mercante furbo gli disse "guarda il suo prezzo sarebbe di 1.000 franchi ma visto che mi sei simpatico e hai una faccia intelligente te la lascio per 500". Tutto contento per aver fatto un buon affare Gian Fo prese un po' di sale, lo mise nel palmo della mano, e dopo averlo fatto annusare alla pecora si avviò verso casa. Non era ancora arrivato a Chameran che il sale finì, la pecora che conosceva bene la strada per la stalla fece dietrofront e tornò giù di corsa in mezzo alle case. Andava così veloce che Gian Fo la perse in mezzo al borgo e dovette riprendere la strada per Antey senza pecora e senza i 500 franchi. Vedendo arrivare a casa il figlio mogio mogio e con le mani in tasca la madre gli chiese "dov'è la pecora?" e dopo la lunga spiegazione alzò le braccia al cielo e gridò: "no, no non è possibile avere un figlio così rimbambito: il sale andava bene per farla allontanare dal gregge ma poi dovevi subito passargli una corda intorno al collo e legarla, poi tirando l'altro capo l'avresti trascinata tranquillamente verso casa". Gian Fo acconsentì, mise un pezzo di corda in tasca e se ne andò nei campi a raggiungere suo fratello. Il Lunedì successivo, la mamma chiamò Gian Fo e gli disse: "scendi fino al mercato di Châtillon, la vendemmia promette bene e ci serve una nuova damigiana per il vino. Mi raccomando, scegline una robusta, con il collo spesso. Il figlio scese al mercato contrattò a lungo per una bella damigiana robusta, gli passò intorno al collo il pezzo di corda che aveva in tasca, fece un bel nodo e con l'altro capo in mano si avviò verso casa. Quando la mamma lo vide arrivare con solo più il collo della damigiana attaccato alla corda lo accolse gridando: "macaco di un macaco, le damigiane non si trascinano mica per il collo! Dovevi fermare il primo carro di fieno che passava e chiedere al carrettiere se ti dava un passaggio, poi dovevi fare un buco in mezzo al fieno, metterci dentro la damigiana che sarebbe arrivata tutta intera fino a casa. Il figlio annuì e raggiunse il fratello nella vigna. Il Lunedì successivo, la mamma che era rimasta senza ago per rammendare le calze, chiamò Gian Fo e gli disse: "scendi fino al mercato di Châtillon e comprami un ago per rammendare le calze; mi raccomando, sceglilo con la testa grossa che possa passarci la lana che filo io". Il figlio scese al mercato, comperò l'ago più grosso che riuscì a trovare e fermato il primo carro di fieno che saliva verso casa, chiese un passaggio, fece un buco nel fieno, ci posò delicatamente l'ago, poi si sedette a cassetta e si godette il paesaggio fin sulla porta di casa. La mamma, appena lo vide arrivare gli chiese: "Dove hai messo l'ago?" e Gian Fo stupito per la domanda rispose: "Sul carro, come mi avevi detto". "Come sul carro?" urlò la mamma. "Ma si!", spiegò Gian Fo, "Ho fatto il buco nel fieno, ci ho messo l'ago, solo che adesso cerca che ti cerca non lo trovo più". Inutile dire che l'ago, anche se lo cercarono la mamma, il carrettiere e Gian Fin non saltò fuori. La mamma, disperata, esclamò: "Delinquente di un delinquente, mi hai perso l'ago e speriamo solo che non finisca in gola a qualche mucca; avresti dovuto girare il bavero della giacca e lì appuntare l'ago, così non l'avresti perso e nessuno avrebbe rischiato di farsi male". Poi mandò il figlio a falciare il fieno. Falcia che ti falcia, arrota che ti arrota, la lama della falce diventava sempre più sottile finché la mamma fu obbligata a mandarlo al mercato per comperarne un'altra. "Mi raccomando" disse "sceglila spessa, bella pesante così dura di più". Gian Fo si avviò, comprò la falce più pesante di tutto il mercato poi rigirato il bavero la appuntò sotto l'occhiello e si diresse di buon passo verso casa. La mamma quando vide arrivare il figlio senza lama e con la giacca tagliata a metà non lo lasciò nemmeno aprir bocca. "Vuoi farmi morire di crepacuore? È l'ultima volta che ti mando al mercato! vai con tuo fratello e aiutalo a raccogliere le patate!". Il Lunedì successivo prima di partire per il mercato, Gian Fin prese il fratello da parte e gli disse: "Senti, la mamma è veramente seccata ma per farti perdonare potresti fargli una sorpresa: il pomeriggio lei và sempre a fare un pisolino, tu preparagli il bucato; devi mettere a bollire molta acqua poi nella lessiveuse metti in fondo le cose più sporche, quelle più nere, sopra quelle grigie e sopra ancora quelle bianche, aggiungi infine la cenere di noce, versa l'acqua bollente e quando il tutto si sarà raffreddato vai fino alla fontana a sciacquare i panni dalla cenere poi stendili cercando di farli stare belli dritti così è più facile stirarli". Partito il fratello maggiore, Gian Fo aspettò che la mamma si addormentasse, poi mise a bollire una grande pentola d'acqua e presa la lessiveuse, cominciò a guardarsi intorno per scegliere le cose più nere da mettere sul fondo e ahimé! la più nera era senza dubbio la povera vedova vestita a lutto che stava facendo la pennichella, prese dunque delicatamente la mamma la posò sul fondo della lessiveuse, poi aggiunse le sottane sporche, gli strofinacci, i grembiuli, le lenzuola, gli asciugamani e naturalmente la cenere di legna e tanta acqua bollente. Quando il tutto fu raffreddato, come ben potete immaginare, la povera vedova non respirava più. Il figlio, sempre diligente, la tuffò più e più volte nell'acqua gelata della fontana per sciacquarla ma la mamma non ne voleva sapere di stare in piedi allora Gian Fo la sistemò dietro la porta della stalla, con un forcone sotto il mento per farla stare bella dritta e sedette sulla soglia di casa per aspettare il fratello. Se vi è piaciuta potete raccontarla ai vostri figli, meglio se in dialetto.